Un dato su tutti: i costi della SEGEN sono passati dai 414 mila euro del 2021 ai 558 mila euro previsti per il 2028. Sono 144 mila euro in più, pari a un aumento di quasi il 35% in sette anni.
Nel 2026 i costi indicati nel nuovo PEF superano del 14,7% le entrate tariffarie di partenza. Per evitare una stangata immediata, vengono esclusi dalla tariffa 77.654 euro di costi della SEGEN e del Comune. Intanto, considerando correttamente la presenza del centro di raccolta, il costo standard dell’intero servizio sarebbe di appena 378.296 euro. Il costo standard serve, in parole semplici, a confrontare la spesa del Comune con quella di enti dalle caratteristiche simili e gestiti in modo efficiente.
Nel giugno del 2024 avevamo raccontato il boom dei costi della SEGEN, cresciuti del 30,2% in un solo anno fino a superare complessivamente i 583 mila euro, cifra che pensavo difficile da superare.
Ma a distanza di due anni il nuovo PEF 2026-2029 certifica che il problema non è stato risolto. Al contrario, il costo complessivo teoricamente riconoscibile raggiunge nel 2026 un nuovo record: 591.014 euro.
La bolletta non aumenta immediatamente nella stessa proporzione soltanto perché il sistema tariffario impone un limite alla crescita e perché, per rientrare in quel limite, una parte consistente dei costi deve essere tagliata.
In altre parole: i costi ci sono, ma non possono essere trasferiti tutti e subito sui cittadini.
Nel 2025 i costi erano scesi a 567.445 euro, facendo pensare a un’inversione di tendenza. Nel 2026, però, risalgono a 591.014 euro: 23.569 euro in più, pari al 4,15%. Viene così superato anche il precedente record del 2024.
Ma il dato più preoccupante emerge confrontando il costo complessivo del 2026 con le entrate tariffarie dell’anno precedente.
Il PEF parte da entrate riconosciute per 515.063 euro, ma presenta costi per 591.014 euro. La differenza è di 75.951 euro, pari al 14,7%.
Nel documento la conclusione è scritta chiaramente: senza correzioni vi sarebbe il superamento del limite tariffario. E non soltanto nel 2026, ma in tutte e quattro le annualità del periodo 2026-2029.
La quota riconducibile alla SEGEN tocca da sola i 540.530 euro. Infatti dei 591.014 euro complessivi, 493.883 euro sono attribuiti direttamente alla SEGEN. A questi si aggiungono 32.104 euro di IVA indetraibile sulla parte variabile e 14.543 euro sulla parte fissa. Il costo complessivamente riconducibile alla SEGEN arriva quindi a toccare i 540.530 euro che nel 2028 sono già previsti in aumento a oltre 558 mila euro. La parte restante riguarda i costi sostenuti direttamente dal Comune.
Nel 2023 la quota SEGEN era indicata in 388.068 euro oltre IVA, pari a 426.874,80 euro IVA compresa. Nel 2026 si arriva a 540.530 euro: un incremento di circa 113.655 euro, pari al 26,6% in appena tre anni.
Eppure, nello stesso periodo, non risulta un miglioramento o un ampliamento del servizio proporzionato a un aumento dei costi del 26,6%.
Una diga chiamata “limite di crescita”
A impedire che i 591.014 euro si trasformino immediatamente in tariffa è il limite annuale previsto dal metodo ARERA.
Il parametro di crescita è fissato all’1,79%, ottenuto sottraendo al tasso programmato dell’1,90% un recupero di produttività dello 0,11%.
Per il 2026 il limite di crescita riduce le entrate tariffarie riconosciute a 513.360 euro. Dopo le ulteriori detrazioni, la somma che dovrà essere effettivamente ripartita tra gli utenti scende a 507.896 euro.
Dal 2027, però, ricomincia la salita:
- 517.345 euro nel 2027;
- 526.697 euro nel 2028;
- 536.218 euro nel 2029.
Il messaggio è semplice: la TARI non esplode tutta insieme, ma viene spinta verso l’alto anno dopo anno.
Il paradosso: i costi diminuiscono, ma la tariffa aumenta
Il nuovo PEF presenta un paradosso che merita di essere spiegato.
I costi complessivi teorici scendono progressivamente:
- 591.014 euro nel 2026;
- 583.637 euro nel 2027;
- 571.784 euro nel 2028;
- 568.910 euro nel 2029.
Contemporaneamente, però, le entrate tariffarie riconosciute salgono da 513.360 a 541.422 euro.
Com’è possibile?
Perché nel 2026 viene esclusa dalla tariffa una parte molto elevata dei costi. Negli anni successivi tale rinuncia si riduce progressivamente:
- 77.654 euro esclusi nel 2026;
- 61.088 euro nel 2027;
- 39.882 euro nel 2028;
- 27.488 euro nel 2029.
Quindi, mentre il costo teorico diminuisce, la rinuncia della SEGEN si riduce progressivamente fino ad azzerarsi, mentre il contenimento della tariffa resta sempre più a carico del Comune. Ed è per questo che le bollette potranno continuare a crescere anche in presenza di costi complessivi in calo.
Per calmierare la TARI, nel 2026 si tagliano 77.654 euro
La relazione dell’AGIR contiene un passaggio particolarmente importante. I costi presentati risultano: “eccedenti gli importi riconoscibili in relazione al contratto”.
Non si tratta, quindi, di una concessione generosa del gestore, ma della necessità di riportare i valori entro gli importi compatibili con il contratto e con l’offerta che aveva giustificato l’affidamento diretto alla società in house.
Nel solo 2026:
- restano fuori dalla tariffa 40.015 euro di costi della SEGEN;
- restano fuori dalla tariffa 37.639 euro di costi del Comune.
Il sacrificio complessivo arriva a 77.654 euro.
Nel quadriennio non saranno riconosciuti in tariffa 71.681 euro di costi della SEGEN e 134.431 euro di costi del Comune. Complessivamente resteranno fuori dalla tariffa 206.112 euro.
Ma il dato più importante non è soltanto quanto si rinuncia a incassare. Bisogna vedere chi effettua realmente quella rinuncia, che non scompare: cambia progressivamente padrone.
Nel 2026 il sacrificio è ancora suddiviso quasi a metà tra SEGEN e Comune. Nel 2027 la quota della SEGEN diminuisce. Nel 2028 il gestore rinuncia ad appena 3.255 euro, mentre il Comune ne sacrifica 36.627. Nel 2029 la SEGEN non rinuncia più a un solo euro: l’intero taglio di 27.488 euro resta sulle spalle del Comune.
Il meccanismo diventa così chiarissimo: mentre i costi della SEGEN vengono progressivamente riconosciuti quasi per intero, è il Comune che continua a cancellare le proprie componenti tariffarie per impedire che le bollette aumentino ancora più velocemente.
Alla fine del percorso resterà soltanto il Comune a rinunciare alle proprie spettanze, comprimendo le risorse destinate alla gestione amministrativa, agli ammortamenti e agli investimenti. La SEGEN conserverà i propri costi; il Comune conserverà soltanto i sacrifici.
Il punto politico è evidente: per impedire l’esplosione immediata della TARI, il Comune deve rinunciare a risorse che sarebbero servite per coprire i propri costi e finanziare il servizio.
Tra le componenti comunali eliminate dalla tariffa compaiono gli ammortamenti:
- 22.544 euro nel 2026;
- 22.101 euro nel 2027;
- 22.102 euro nel 2028;
- 15.970 euro nel 2029.
Nei primi tre anni vengono quindi sacrificati 66.747 euro di ammortamenti.
Formalmente ciò non vieta al Comune di effettuare nuovi investimenti. Nella sostanza, però, viene rinunciato proprio al riconoscimento tariffario della componente destinata a recuperare e finanziare gli investimenti effettuati sui beni utilizzati per il servizio.
Per mantenere sotto controllo la tariffa, il Comune rinuncia quindi a recuperare una parte dei costi sostenuti e riduce le risorse disponibili per gli investimenti, mentre la parte predominante della spesa resta riconducibile alla SEGEN.
Ma il confronto più impietoso è quello con i fabbisogni standard
Il prospetto allegato al PEF calcola per Balsorano un costo standard complessivo di 411.932,22 euro. Nel calcolo, però, alla voce relativa alla presenza del centro di raccolta è stato indicato “No”, nonostante il centro sia ormai attivo.
Considerando anche il centro di raccolta, il costo standard scenderebbe a circa 378.296 euro. Non è la cifra che deve essere automaticamente applicata in tariffa, ma è un importante valore di confronto per capire se il servizio viene gestito in modo efficiente.
E il confronto è impressionante:
- costo standard con centro di raccolta: 378.296,19 euro;
- quota riconducibile alla SEGEN, IVA compresa: 540.530 euro;
- costo complessivo del PEF: 591.014 euro.
La sola quota riconducibile alla SEGEN supera il costo standard dell’intero servizio di oltre 162 mila euro, pari a circa il 42,9%.
Il PEF complessivo lo supera invece di oltre 212 mila euro, pari a circa il 56,2%.
È legittimo chiedersi come possa essere ancora definito economico ed efficiente un affidamento in house che produce una simile distanza rispetto al parametro standard.
Un altro dato che lascia basiti riguarda il servizio di spazzamento
Per lo spazzamento si era partiti nel 2020 da un costo di 68.118,54 euro oltre IVA. Con l’adeguamento dell’8,4% applicato nel 2022, il canone è salito a 73.840,50 euro; con l’ulteriore incremento del 3,5% del 2023, ha raggiunto 76.424,91 euro oltre IVA. Il servizio prevedeva lo spazzamento settimanale del venerdì e un ulteriore intervento quindicinale del mercoledì, con spazzatrice e operatori dotati di soffiante e decespugliatore.
Dalla documentazione contabile utilizzata per il nuovo PEF emerge invece un costo dello spazzamento pari a 15.923 euro per il 2024, 16.065 euro per il 2025 e 16.342 euro nella previsione per il 2026. Nel PEF regolatorio tali valori vengono riportati nelle successive annualità tariffarie.
Tra i 76.424,91 euro aggiornati al 2023 e i 15.923 euro oggi riconosciuti esiste una differenza di 60.501,91 euro oltre IVA, pari a una riduzione del 79,2%.
La voce CSL comprende tutti i costi dello spazzamento e del lavaggio delle strade: personale, mezzi e attività connesse. Nel 2020 il servizio doveva costare 68.118,54 euro, importo salito nel 2023 a oltre 76 mila euro oltre iva. Oggi, invece, il costo risultante è di circa 16 mila euro. Qualcuno deve spiegare dove sia stata contabilizzata la differenza di circa 60 mila euro, tanto più che non risulta alcuna modifica del servizio porta a porta tale da assorbire questa cifra e che il livello dello spazzamento è sotto gli occhi di tutti.
Sono domande alle quali si risponde pubblicando contratti, fatture, contabilità analitica e rendicontazione delle giornate e degli operatori effettivamente impiegati. Non con il silenzio.
Il nuovo PEF conferma ciò che avevamo già denunciato nel 2024.
L’affidamento alla SEGEN genera costi strutturalmente superiori alle entrate tariffarie ammissibili e molto lontani dal fabbisogno standard. Per impedire che l’intero conto venga scaricato immediatamente sui cittadini, si applicano tagli consistenti e si sacrificano le componenti spettanti al Comune.
Nel 2026 la tariffa viene temporaneamente contenuta. Dal 2027 riprenderà però a crescere dell’1,79% ogni anno, il massimo concesso dalla normativa. La somma da ripartire effettivamente tra gli utenti arriverà così a 536.218 euro nel 2029.
Il problema, quindi, non è stato risolto. È stato soltanto distribuito nel tempo.
E mentre la comunità rinuncia a risorse, ammortamenti e capacità di investimento, resta una domanda che nessuno sembra voler affrontare seriamente: perché un servizio che, considerando il centro di raccolta, avrebbe un costo standard di 378.296 euro deve produrre un Piano economico-finanziario da 591.014 euro?
Prima o poi qualcuno dovrà rispondere. Con numeri, documenti e confronti di mercato. Non con dichiarazioni generiche sull’efficienza di un affidamento che, anno dopo anno, dimostra esattamente il contrario.
Articolo scritto e pubblicato da Giuseppe Pea in data 03/08/2026

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