Il Comune di San Vincenzo Valle Roveto ha presentato la TARI 2026 parlando di una riduzione media di circa il 3% per le famiglie. Il dato, per molte utenze domestiche, è reale. Il problema è capire da dove arriva realmente quella riduzione e, soprattutto, se corrisponde davvero a una diminuzione del costo del servizio o ad una riduzione del servizio (scusate il gioco di parole).
Nel 2025, dopo le detrazioni, il gettito TARI da coprire era pari a 411.978 euro; nel 2026 scende a 360.056 euro, quindi circa 51.922 euro in meno.
A prima vista sembrerebbe un grande efficientamento. Ma basta guardare le singole voci per scoprire che quasi tutta questa diminuzione si spiega con due soli fenomeni.
Il primo è lo spazzamento. Nel PEF 2025 il servizio di spazzamento e lavaggio strade costava complessivamente 33.560 euro, dei quali 30.766 euro imputati al Comune. Nel PEF 2026 quella stessa voce diventa semplicemente zero, sia per il Comune sia per SEGEN.
Infatti nel 2025 la quota complessiva del Comune nel PEF era pari a 82.452 euro; nel 2026, dopo le rinunce, diventa 57.341 euro, cioè 25.111 euro in meno. Ma nello stesso momento spariscono 30.766 euro di solo spazzamento comunale.
Il risultato è paradossale: se togliamo lo spazzamento dal confronto, gli altri costi comunali non diminuiscono affatto, ma aumentano complessivamente di circa 5.600 euro.
Quindi la riduzione della quota comunale deriva da una generale diminuzione dei suoi servizi e quindi dei suoi costi.
Il secondo elemento è la riscossione. Nel 2025 le ulteriori detrazioni applicate dopo il PEF erano appena 964 euro. Nel 2026 diventano 18.285 euro, soprattutto grazie a 13.386,70 euro di recupero dell’evasione e 3.807,27 euro di sanzioni, oltre al contributo MIUR. Questo dimostra tra l’altro che nel 2025 o non ci sono state entrate da accertamenti o si era deciso di non utilizzarle per ridurre la tariffa.
Nel 2026 invece compaiono circa 17.321 euro di maggiori entrate rispetto al 2025, soldi che non devono più essere chiesti ai contribuenti attraverso la TARI corrente.
Ora se sommiamo i 33.560 euro di spazzamento (quasi tutto comunale) scomparso ai 17.321 euro di maggiori detrazioni, arriviamo a 50.881 euro. La riduzione complessiva del gettito è di circa 51.922 euro.
In altre parole, quasi il 98% della diminuzione complessiva 2025-2026 si spiega già con lo spazzamento che sparisce dal PEF e con le maggiori somme recuperate dal Comune.
Ed è qui che il famoso 3% alle famiglie assume un significato diverso: non è il risultato di una corrispondente riduzione del costo sostenuto da SEGEN. È reso possibile soprattutto dalla maggiore attività di riscossione e dalla scomparsa di una consistente voce di costo comunale.
E allora quale è il “sacrificio” richiesto a SEGEN?
Molto meno di quanto era stato programmato appena due anni fa.
Il vecchio PEFA era chiarissimo. Per il 2025 prevedeva per SEGEN 299.895 euro di costi operativi e 359.061 euro di ricavi complessivi, dei quali 330.490 derivanti dal corrispettivo MTR. Con questi valori il piano stimava un EBITDA di circa 59 mila euro (16% dei ricavi), un EBIT di 48.571 euro, pari al 14% dei ricavi, e un utile netto di 34.573 euro, pari a circa il 10%.
Un margine operativo del 16% è comunque un valore particolarmente elevato se confrontato con i margini d’impresa normalmente assunti nelle analisi economiche di molte procedure competitive, l’AGIR ad esempio fissa l’utile lordo al 5% tra l’altro in una procedura dove la concorrenza può comprimere sensibilmente l’utile attraverso i ribassi offerti dagli operatori.
Ma per il 2026 il medesimo piano prevedeva costi operativi sostanzialmente invariati a 299.895 euro, ma una drastica riduzione dei ricavi complessivi a Segen, pari a 325.045 euro. L’EBIT sarebbe così sceso a 13.203 euro e l’utile netto a soli 9.398 euro.
La logica era evidente: non ridurre il servizio, ma comprimere il consistente margine economico del gestore.
Nel nuovo PEF 2026, invece, SEGEN parte da 345.801 euro di entrate tariffarie riconoscibili e, dopo la rinuncia dichiarata, resta a 321.000 euro. A questi vanno aggiunti tutti i ricavi dalla vendita del materiale che per contratto, (caso forse unico in Italia), restano integralmente alla Segen (parliamo di 31.069 euro netti in cambio delle pratiche burocratiche evidentemente mostruosamente complicate), riportano i ricavi complessivi a 352.069 euro in linea con quelli del 2025 che erano stati di 359.061 euro.
Quindi, rispetto al 2025, le entrate complessive documentabili del gestore diminuiscono di circa 7 mila euro, mentre rispetto ai 325.045 euro che il PEFA prevedeva per il 2026 risultano superiori di circa 34 mila euro.
Insomma la Segen si era impegnata a ridurre i suoi margini di guadagno di 34 mila euro (partendo dai 59 mila euro a 25 mila) ma nella sostanza è scesa solo di 7 mila (con una previsione quindi di circa 50 mila euro di utili).
La sostanziosa compressione dei margini che era stata programmata neanche due anni fa per il 2026, quindi, non si è realizzata nelle dimensioni previste.
Facendo gli opportuni confronti i costi Segen sono scesi, al netto dello spazzamento azzerato, di appena 4 mila euro (con un utile di circa 50 mila euro) mentre quelli del comune, al netto del FCDE, di 38 mila euro. Oltre il 90% della riduzione è del Comune ma alla Segen non mancano ovviamente i ringraziamenti per l’immane sforzo di aver rinunciato a 4 mila euro di utili.
Il costo standard continua a dire che il servizio è molto caro
Nel precedente PEF il costo unitario effettivo era pari a 45,93 centesimi/kg contro un benchmark di 39,76; nel nuovo PEF sale addirittura a 51,55 centesimi/kg contro 39,89. Numeri alla mano il servizio dovrebbe costare 288.137,20 euro invece dei 378.341, quasi 100 mila euro in meno, nonostante la riduzione dei servizi. Niente a confronto di Balsorano visto che il servizio dovrebbe costare 378.295,60 ma grazie anche e soprattutto alla Segen costa 513.360,00, quasi il 36% ovvero ben 135 mila euro in più dello standard. Resta quindi un divario molto consistente tra il costo effettivo della gestione e il riferimento utilizzato da ARERA.
In poche parole il costo unitario effettivo di San Vincenzo era e resta molto più alto del benchmark di riferimento. In poche parole un servizio erogato efficientemente costerebbe oltre il 22% in meno, implicita dimostrazione che la Segen non eroga un servizio efficiente.
E ad aggravare la situazione vi è il coefficiente Xcom. In parole semplici, Xcom è la parte del recupero di efficienza che deriva dal prezzo ottenuto attraverso una gara. Se più imprese competono e l’aggiudicatario offre un prezzo più basso, quel risultato entra nel meccanismo tariffario e può tradursi in minori costi riconosciuti. A San Vincenzo Xcom è zero per una ragione semplicissima: SEGEN non è stata scelta attraverso una gara competitiva e quindi non esiste un prezzo di mercato con cui confrontare quello attuale.
Detto in parole molto semplici: se fai una gara, il mercato ti dice quanto un’impresa è disposta a chiedere per svolgere quel servizio e quel risultato può tradursi in un ulteriore recupero di efficienza; se non fai la gara, quel confronto non esiste.
In sostanza, se il Comune mettesse a gara il servizio, anche un ipotetico ribasso del 3% potrebbe tradursi in una riduzione dei costi riconosciuti. E questo sempre ipotizzando che l’attuale costo SEGEN costituisca una corretta base di gara. Un presupposto tutt’altro che scontato: già nel 2018 un’analisi dei costi effettuata per il Comune di Balsorano aveva individuato, a parità di servizio, un possibile abbattimento della base economica di circa 48 mila euro, allora pari a circa il 12%.
Non significa che una gara garantirebbe automaticamente una determinata percentuale di risparmio. Significa però una cosa molto semplice: oggi sappiamo quanto chiede SEGEN, ma non sappiamo quanto costerebbe lo stesso servizio se più operatori fossero messi realmente in concorrenza tra loro.
Ed è proprio per questo che il benchmark diventa così importante.
E le attività economiche?
C’è infine un dettaglio che nel manifesto passa praticamente inosservato: la riduzione non riguarda tutti.
Le utenze domestiche sostengono il 94,5% dell’intero gettito, mentre alle utenze non domestiche viene attribuito appena il 5,5%, pari a soli 19.803 euro su 360.056 euro complessivi. Questo dato evidenzia che il comune non ha nessuna prospettiva di crescita essendo sostanzialmente un comune senza attività di rilievo.
Eppure diverse categorie di attività economiche nel 2026 registrano aumenti invece che riduzioni, mediamente intorno al 3-4%, con differenze tra le categorie e una punta di circa il 7,7% per alcune attività alimentari
Quindi il racconto reale è meno semplice dello slogan: le famiglie in media risparmiano circa il 3%, diverse attività pagano di più, SEGEN rimane sostanzialmente sui livelli economici del 2025 con ottimi margini di guadagno che ha deciso di non erodere, i costi comunali di spazzamento passano da oltre 30 mila euro a zero e oltre 17 mila euro di maggiori entrate da riscossione contribuiscono direttamente ad abbassare ciò che viene chiesto ai contribuenti.
In sostanza il 3% c’è.
Ma prima di festeggiarlo sarebbe corretto spiegare ai cittadini da dove arriva davvero. Perché, se è vero che le famiglie risparmieranno mediamente circa il 3%, è altrettanto vero che buona parte di quel risultato deriva dalle maggiori somme recuperate dal Comune e dalla scomparsa dal PEF dei costi dello spazzamento, mentre diverse attività economiche subiranno aumenti con punte superiori al 7%.
E soprattutto resta un dato difficilmente ignorabile: SEGEN, sulla base dei numeri oggi disponibili, resta molto più vicina ai livelli economici del 2025 che allo scenario di forte riduzione dei ricavi previsto appena due anni fa dal PEFA per il 2026.
Insomma, qualche euro in meno alle famiglie sì. Ma la vera riduzione strutturale del costo del servizio non si vede, ma quel che è più grave sembra sparire la riduzione dei margini del gestore.
Del resto, si sa: la gallina dalle uova d’oro è sempre l’ultima che si vuole toccare.
Articolo scritto e pubblicato da Giuseppe Pea in data 18/08/2026

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