Ho letto dell’assoluzione, dopo 12 anni, di tutti gli imputati nel processo sugli appalti del Comune di Balsorano. Una vicenda che all’epoca portò a misure pesanti, clamore pubblico e accuse gravissime, e che oggi si chiude con una formula netta: assolti perché il fatto non sussiste. Il singolare, del resto, forse non è nemmeno casuale, visto che i reati ipotizzati erano cinque.
Sia chiaro: non considero un male questa assoluzione. Quando una vicenda così grave si conclude senza accertamento di responsabilità penale, è giusto prenderne atto. Ma il punto non è solo l’assoluzione: il punto è ciò che resta dopo dieci anni di processo e dodici dai fatti contestati, richieste fino a sette anni e mezzo di reclusione, un’esposizione pubblica enorme e, alla fine, il crollo dell’intero impianto accusatorio.
Perché una cosa deve essere chiara: l’assoluzione penale non trasforma una procedura amministrativa illegittima in una procedura regolare. Se davvero alcune spese tecniche furono tenute sotto la soglia dei 40.000 euro, riducendo incarichi da oltre 53.000 euro a 39.900 euro, il problema amministrativo rimane tutto. Non necessariamente quello penale, anche perché l’abuso d’ufficio è stato eliminato. Ma resta il fatto che non è normale “aggiustare” l’importo di un affidamento per farlo rientrare artificialmente in una soglia più favorevole.
Anche la qualificazione dei reati contestati lascia alcune perplessità. Si è parlato, oltre che di abuso d’ufficio, anche di turbata libertà degli incanti, peculato, corruzione e falsità ideologica.
Ma la turbata libertà degli incanti richiama l’alterazione di una gara pubblica; qui, invece, il cuore della vicenda sembrava essere l’uso dell’affidamento diretto e il mantenimento artificiale degli importi sotto soglia. Il problema, quindi, sembrava stare prima di tutto nella correttezza della procedura amministrativa, non in una “gara turbata” in senso classico.
Anche gli altri profili apparivano deboli.
La corruzione presuppone uno scambio di denaro, favori o utilità per compiere atti contrari ai propri doveri. In questa vicenda, sinceramente, faccio fatica a ravvisarla.
Il peculato riguarda invece l’uso indebito di risorse pubbliche, ad esempio attraverso il pagamento di servizi non resi o il gonfiamento artificioso dei costi. E anche per questo ho sempre fatto fatica a ravvisarlo in questa vicenda. Molta meno fatica farei, semmai, a intravedere profili ben più seri in altre situazioni che conosco da vicino, come quelle che riguardano Segen o il tandem Falcone/Petrucci: non a caso sono proprio i soggetti che mi hanno denunciato, con l’avallo del Comune, mentre lo stesso Comune continua a fare di tutto per impedire che emerga la verità.
Ma la verità, prima o poi, viene sempre a galla, costi quel che costi. Con una differenza: da una parte pago di persona, dall’altra paga sempre Pantalone. E sono convinto che, se avessero dovuto mettere anche solo un euro di tasca propria, non sarebbero stati così spavaldi. Ma non preoccupatevi: quando la verità verrà fuori con tutta la sua forza, difficilmente vedremo imbarazzo o autocritica, perché in questi casi raramente si assiste a un vero esame di coscienza; il peso, quasi sempre, ricade su chi è stato corretto e ha dovuto lottare da solo per far emergere i fatti.
È ovvio che questa è una mia opinione, anche perché non ho letto la sentenza. Ma è giusto dire che non è stata raggiunta la prova del reato contestato. Diverso è sostenere che fosse tutto regolare: questo, a mio avviso, non è corretto. E dubito che sarebbe caduto anche l’abuso d’ufficio, se non per effetto della sua successiva depenalizzazione e, comunque, della scontata prescrizione.
Chi conosce davvero la storia del Comune sa che la situazione era sfuggita di mano: un ufficio tecnico di fatto usurpato, decine di affidamenti senza impegni dati dietro la promessa di una regolarizzazione che non arriverà mai; una ragioneria che non aveva compreso fino in fondo la portata della nuova contabilità.
Il problema è che, come si dice, si stava meglio quando si stava peggio. Si può dire tutto, ma non avrei mai immaginato che la situazione potesse essere stravolta fino a questo punto.
Siamo passati da una ragioneria che, pur sottostimando le conseguenze delle nuove regole contabili — prima fra tutte un fondo crediti di dubbia esigibilità di fatto inesistente — non si sarebbe mai sognata di ignorare la regola base degli impegni di spesa o di cancellarli per comodità, a una ragioneria che avalla ciò che il predecessore non si era mai permesso di fare, arrivando a liquidare prestazioni senza contratto e senza impegno. E siamo passati da un ufficio tecnico incapace di programmare gli interventi e di trovare adeguata copertura, a un ufficio tecnico che avalla qualsiasi cosa, arrivando persino a pagare prestazioni inesistenti pur di non contraddire chi detta la rotta.
Ma è qui che entrano in gioco alcuni dei problemi più seri della magistratura inquirente: spesso i PM sono bravissimi a quantificare un danno in astratto, molto meno ad attribuirlo correttamente a qualcuno. Se il vero responsabile non viene nemmeno indagato, l’esito nei confronti di chi subentra dopo diventa quasi scontato. Per non parlare delle archiviazioni che lasciano perplessi alla luce di elementi che meritavano maggiore approfondimento, o delle contestazioni che, in alcuni casi, sembrano deboli già in partenza, o ancora dei procedimenti portati alla prima udienza in prossimità della prescrizione, dando quasi l’impressione di una sospensione di fatto, fino ad arrivare ad affermare che il reato c’è, ma è poca cosa. E allora passa il messaggio che certi limiti possano essere aggirati senza vere conseguenze.
E sì, perché ovviamente ognuno traduce la sentenza — che, ripeto, non ho letto — a proprio vantaggio. E tutto sembra porsi su un piano diverso se viene semplificato nella formula “il fatto non sussiste”.
Ora, la legge italiana prevede che la prescrizione decorra dal momento in cui si commette il presunto reato, e non dal momento in cui lo si scopre, salvo il caso in cui sia stato occultato. Parliamo quindi del 2014. Ora, l’abuso d’ufficio (nel frattempo depenalizzato), la turbata libertà degli incanti e la falsità ideologica si prescrivono, al massimo, in sette anni e mezzo. Ne sono passati dodici. Gli unici reati che, in astratto, potrebbero ancora restare in piedi sono il peculato e la corruzione. Sinceramente, non ho mai creduto ci fosse corruzione di alcun genere. Quanto al peculato, anche qui i dubbi restano: nel primo appalto si era ritoccato il compenso da oltre 53 mila euro a 39.900 euro, su quasi 900 mila euro di importo complessivo, e quindi l’ente ne ha comunque tratto un vantaggio, pur in presenza di una procedura viziata. Nel secondo caso, invece, l’importo era sempre stato sotto i 40 mila euro, su circa 400 mila euro complessivi, per cui anche un ribasso minimo avrebbe lasciato formalmente intatta la procedura.
Ma il dato più amaro è un altro: in Italia, anche quando un impianto accusatorio crolla quasi del tutto, questo raramente incide davvero sulla carriera di chi lo ha costruito. E invece dovrebbe. Perché in qualunque altro settore i risultati contano. Qui, troppo spesso, no.
Se l’orologio corre a favore dell’imputato, sta al PM evitare quella che è la strategia della maggior parte degli avvocati. È lì che dovrebbe emergere il bravo PM. Ovvio che, se i magistrati sono pochi, tutto va a vantaggio degli imputati; ma è proprio lì che manca la volontà politica, la stessa che domani potrebbe anche indicare quali reati perseguire e quali no. E non serve molta fantasia per capire quali verrebbero messi in secondo piano.
Ed è questo che dovrebbe far riflettere: non solo se vi sia stato o meno un reato, ma come possa funzionare un sistema in cui accuse pesantissime restano tali per dieci anni di processo e dodici dai fatti, producono effetti enormi e poi si dissolvono, senza che nessuno, dall’altra parte, ne risponda davvero. Perché qui quello che emerge è più una percezione di impunità che un pieno senso di giustizia. La prescrizione, però, non può diventare l’unico metro con cui leggere vicende così complesse.
Questo è ciò che servirebbe davvero: più magistrati e una legge che valuti l’operato della magistratura in modo serio, oggettivo e indipendente. Nessuna modifica costituzionale. Premiare chi è bravo, penalizzare chi non lo è. Un organismo realmente indipendente, come la norma impone, non come è stato fatto nel nostro Comune, dove da quasi dieci anni il Sindaco continua a nominare lo stesso soggetto chiamato a valutare i dipendenti dell’ente, tra cui anche il Segretario comunale. Una rendita più che un incarico. E il risultato è sotto gli occhi di tutti: valutazioni che arrivano quasi alla perfezione (99/100) e non scendono mai sotto il 94/100, giusto il minimo per ottenere il massimo. Per chi conosce davvero il soggetto e la realtà dei fatti, questo rende più che legittimo dubitare dell’effettiva indipendenza e credibilità del sistema.
Ma questo è tutto un altro discorso. Resta il fatto che c’è sempre, dall’altra parte, chi con i soldi dei cittadini difende a spada tratta questo sistema e questi personaggi, mostrando, ancora una volta, da che parte scelgono di stare.
Articolo scritto e pubblicato da Giuseppe Pea in data 02.03.2026.


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