Anche le partecipate (es. CAM) potranno fallire

Di 1 Febbraio, 2016 0 0

Default finanziario 150Cade il tabù sull’impossibilità del “fallimento” per le compartecipate se, qualora mal gestite, saranno sottoposte alle norme in materia di fallimento quali il concordato preventivo, già utilizzato dalle grandi imprese private.

Ma cosa sono le partecipate?

Per partecipate si intendono tutte quelle società che hanno fra gli azionisti delle Pubbliche Amministrazioni. Quando si parla di Pubbliche Amministrazioni si parla di tutti quegli enti in cui la proprietà è in mano pubblica; potremo quindi avere Ministeri, Regioni, Comuni (in quel caso il termine partecipate potrà anche essere espresso come municipalizzate) ma anche altri enti o società a cascata che hanno in comune il denominatore di una partecipazione (di maggioranza o di minoranza) di natura pubblica.

Fino ad oggi, le partecipate essendo comunque strettamente legate alle amministrazioni pubbliche non potevano chiedere il “fallimento”. Le eventuali partecipate con i conti in rosso dovevano drenare altre risorse dagli enti soci tramite aumenti di capitale, trasferimenti straordinari o aperture di credito, necessari a ripianare le perdite. Oggi a questa facoltà si aggiunge la possibilità di attivare la procedura di fallimento.

Qualora la società deciderà di procedere con l’attivazione della procedura di fallimento servirà un piano di ristrutturazione aziendale da cui dovranno emergere “concrete prospettive di recupero”. Inoltre con le nuove regole, se si tratta di partecipate che hanno registrato perdite per tre esercizi consecutivi è fatto divieto agli enti soci di procedere all’aumento di capitarle, trasferimento straordinario, aperture di credito o rilascio di garanzie a favore delle partecipate.

L’obiettivo in realtà non è colpire partecipate così rilevanti come il C.A.M. ma di ridurre l’insieme di queste partecipazioni che risulta talmente variegato che nemmeno lo Stato è in grado di farne un censimento certo, tanto che secondo il Ministero dell’Economia e delle Finanze ammontano a circa 7.700, mentre per l’Istat nello stesso anno si trattava di oltre 11 mila società, in cui molto spesso il numero di dipendenti è inferiore al numero di poltrone nei consigli di amministrazione e circa la metà non hanno nemmeno un addetto, ma è chiaro che le regole possono valere anche per le “grandi” partecipate.

La sforbiciata inizierà dalle “scatole vuote”, ossia quelle società che non hanno prodotto atti di gestione, sono prive di dipendenti, che hanno più amministratori che dipendenti, che hanno presentato gli ultimi quattro esercizi in perdita su cinque (condizione che non vale per tutte le partecipate) o abbiano un fatturato inferiore al milione di €. Queste saranno entro l’anno, cancellate dal registro delle imprese.

Infine nel caso di risultato di esercizio negativo, si imporrà ai soci di accantonare una quota parte delle perdite in un apposito fondo vincolato di importo pari alla quota attribuita della perdita in maniera proporzionale alla quota posseduta che non sia stata ancora ripristinata, somme che torneranno disponibili solo al momento in cui verranno ripianato le perdite.

Ma quali sono le eventuali conseguenze (anche se estreme)?

Ricordate il tentativo di chiedere il fallimento del C.A.M. respinto dal tribunale in quanto una società pubblica non poteva “fallire”. Adesso le carte si rimischiano. Il C.A.M. nell’ultimo bilancio ha registrato al 31.12.2014 si un piccolo utile (29.582 €) ma anche debiti per 81 milioni di euro (3 volte il fatturato che è stato di poco superiore ai 27 milioni) in crescita, e crediti per 51 milioni (1,9 volte il fatturato), anche essi in crescita. Nella nota integrativa nella voce debiti, si scrive “registrano un incremento rilevante dovuto sia all’approccio maggiormente trasparente e chiaro adottato nella redazione del bilancio …. ma soprattutto all’aumento dei costi dell’energia si aggiunge l’incremento delle spese legali dovute ai rilevanti decreti ingiuntivi posti da società che vantano crediti con il C.A.M.”. Inoltre la difficile situazione è dimostrata dai “numerosi pignoramenti ai quali è stata sottoposta (tramite centinaia di decreti ingiuntivi), nonché ai blocchi dei conti bancari e postali” che hanno costretto a “cercare una nuova banca da dove continuare le normali attività aziendali”.

I crediti (iscritti al “presumibile valore di realizzo”, ossia non sono entrate sicure al 100%) al 31.12.2014 sono pari a quasi 50 milioni di € (in aumento di oltre 10 milioni di € rispetto al 2013) di cui oltre 15 milioni più vecchi di 12 mesi. Nella voce debiti si registrano quasi 81 milioni di € (la metà per spese di energia elettrica, 12 milioni verso banche, 14 verso altri, 5 milioni per tributi previdenziali e 3 per tasse) con variazioni in aumento di 9 milioni di €. Il fondo svalutazione crediti (crediti difficilmente esigibili) è stato incrementato di 280 mila € portandolo di poco sotto ai 2 milioni di €. Il costo del personale è salito del 10% superando i 6,6 milioni di € che si aggiungono agli incrementi dei costi di produzione e dei costi per i servizi (+3,5 milioni di €). Gli utili netti sono appena 30 mila €.

Insomma numeri che dimostrano come il C.A.M. stia sempre navigando in cattive acque.

Il nostro comune detiene il 3,3% del capitale sociale, che equivalgono a circa 866 mila € (26 milioni/610*20) che è stato già rivalutato in perdita e ridotto a 630 mila € (capitale ridotto a 19,5 milioni €). La quota debiti è quindi pari a 2,65 milioni di € (di cui 1 milione non coperto da crediti). In caso di fallimento una parte di questi debiti dovranno comunque essere pagati e da quel momento in poi inizieranno i veri problemi.

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