Con la nuova ordinanza ANAS n. 215/2025/AQ, non esiste più alcun tratto a 90 km/h lungo la SS 690 tra Capistrello (dalla galleria Salviano) e il confine con Sora. A partire da oggi, 8 settembre, chi percorre questa arteria dovrà viaggiare tra limiti di 70 e persino 40 km/h nelle rampe di svincolo.
In pratica, una superstrada che avrebbe dovuto garantire scorrevolezza è stata declassata a strada ordinaria a colpi di ordinanze.
Nei rettilinei — gli unici punti dove era realistico effettuare sorpassi — i nuovi limiti rendono tutto illogico: per sorpassare bisognerebbe accelerare oltre i 70 km/h e poi frenare immediatamente per rientrare nel limite. Una manovra innaturale e pericolosa, che spinge inevitabilmente a comportamenti azzardati. Non è un caso se diversi incidenti si sono verificati proprio in prossimità degli autovelox: la rigidità del limite crea tensione e aumenta i rischi invece di ridurli.
Parliamo di un limite assurdo sotto tanti aspetti. Le statistiche ISTAT dimostrano ad esempio che due terzi degli incidenti in Abruzzo avvengono su strade urbane, non su arterie come la SS 690. Le aree più critiche restano la costa adriatica e i capoluoghi di provincia. La Valle Roveto, invece, non compare tra le strade più pericolose della regione, segno che l’allarme sicurezza agitato per giustificare l’ordinanza è esagerato.
L’unico incidente grave degli ultimi anni è avvenuto in un tratto già limitato a 70 km/h: la prova che il cartello, da solo, non salva vite.
E qui arriva il paradosso più clamoroso: la SS 82 della Valle del Liri, una strada ordinaria a corsie singole, con accessi diretti e intersezioni, si percorre regolarmente a 90 km/h (70 in caso di pioggia).
Tradotto:
- sulla SS 690, superstrada costruita per garantire sicurezza e fluidità, non resta alcun tratto a 90;
- sulla SS 82, strada meno sicura, il limite è proprio 90.
Un rovesciamento logico che fa cadere ogni alibi di chi parla di “sicurezza”: qui si tratta solo di bloccare la circolazione e moltiplicare le multe.
Ed è ancor più inaccettabile constatare come, nel corso degli anni, l’ANAS abbia bruciato milioni di euro in lavori di manutenzione, adeguamenti e sistemazioni lungo la SS 690. Soldi pubblici, spesi senza alcun ritorno concreto per i cittadini. Questi interventi, annunciati come opere decisive per migliorare la viabilità e la sicurezza, oggi appaiono a dir poco inutili: l’obiettivo minimo — riportare il limite di velocità a 90 km/h — non solo non è stato centrato, ma addirittura capovolto.
Il paradosso è lampante: dopo anni di cantieri, progetti, asfaltature e barriere di sicurezza, il risultato non è una strada più scorrevole e sicura, ma una giungla di cartelli, divieti e autovelox che penalizzano chi ogni giorno è costretto a percorrerla per lavoro, studio o necessità. Invece di investire per rendere la SS 690 una via di collegamento moderna ed efficiente, capace di sostenere il traffico di un’intera vallata, si è scelto di trasformarla in un percorso ad ostacoli, dove il cittadino è trattato come un potenziale trasgressore da colpire, e non come un utente da tutelare.
Questo non è progresso, ma un fallimento totale, mascherato da modernizzazione. È la dimostrazione di come la gestione delle risorse pubbliche possa degenerare in spreco e inefficienza, generando più problemi di quanti ne risolva. Un territorio che meriterebbe sviluppo e collegamenti adeguati viene invece mortificato da scelte punitive, che finiscono per dare un’idea sbagliata a chi percorre la Valle: non più ricordata per la bellezza dei suoi paesaggi, ma per l’amara esperienza di una multa presa lungo il tragitto.
La prova della sua insensatezza è evidente: nessuno rispetta questi limiti, né gli automobilisti né gli stessi operatori della strada. ANAS, polizia locale, vigili, … tutti sanno che sono regole inapplicabili, ma i colpevoli sono coloro che transitano alla folle velocità di 76 km/h. Quando le stesse istituzioni ignorano ciò che impongono, il problema non è chi guida, ma la norma.
Giusto per ricordare, è la stessa che in appena 39 chilometri ha piazzato 24 cartelli di controllo elettronico della velocità. Una densità che probabilmente non ha eguali in Italia e che rende la SS 690 non un’infrastruttura moderna, ma un percorso a ostacoli costruito più per generare verbali che per salvare vite.
Il quadro si completa con la politica locale. Qualche mese fa il sindaco di Civita d’Antino si era lamentata pubblicamente del calo degli introiti da multe (leggi qui)
Oggi, con questa ordinanza, sembra che il suo grido, è probabilmente anche quello delle società noleggiatrici dell’autovelox, siano stati ascoltati.
Viene spontaneo il sospetto che esista una convergenza di interessi: più cartelli, più autovelox, più entrate. Non per lo Stato, ma per i Comuni e soprattutto per le società private che noleggiano le apparecchiature. Se davvero la priorità fosse la sicurezza, si sarebbe installato un tutor pubblico lungo tutta la tratta, incassando direttamente e garantendo controlli seri. Invece si preferisce un sistema che arricchisce terzi e moltiplica la sfiducia dei cittadini.
La SS 690 Avezzano–Sora non è più una via di comunicazione moderna, ma un museo del cartello e una fabbrica di multe. Nessun tratto a 90 km/h, 24 cartelli in 39 km, limiti illogici nei rettilinei, incidenti proprio dove si voleva prevenirli.
Tutto questo a fronte di investimenti ANAS rivelatisi inutili, perché non hanno restituito ai cittadini una strada sicura e scorrevole, ma solo un percorso burocratico pensato per fare cassa.
Altro che sicurezza: questa ordinanza è il trionfo della logica punitiva, che trasforma la Valle Roveto in un paradiso per autovelox e in un inferno per chi guida, costretto a viaggiare in lunghi trenini di automobili che almeno prima potevano attendere i comodi rettilinei con limite a 90 per effettuare un sorpasso, ma che adesso dovranno rassegnarsi a procedere incolonnati senza alcuna alternativa. Il risultato è un traffico più lento, nervoso e meno sicuro, dove la prudenza non nasce dalla responsabilità individuale ma dal timore della multa, portando alla frustrazione di tentare il sorpasso anche dove sarebbe un pericolo pur di liberarsi dalla coda.
Il cittadino non è più libero di concentrarsi sulla strada e sulla sicurezza reale della guida, ma è costretto a vivere con l’ansia costante di controllare ogni cartello e ogni postazione di controllo, con lo sguardo più sul tachimetro che sulla carreggiata. Non si tratta di prevenzione, ma di un accanimento burocratico che rende chiunque un potenziale trasgressore, pronto a cadere nella trappola della sanzione.
Articolo scritto e pubblicato da Giuseppe Pea in data 08/09/2025

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