Autovelox e omologazione: il caos delle circolari e la Legge piegata agli incassi

La questione dell’omologazione degli autovelox in Italia è da decenni un terreno di scontri tra istituzioni, automobilisti e associazioni dei consumatori. Recentemente, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (Mit) ha introdotto un decreto che avrebbe dovuto chiarire la validità delle sanzioni emesse tramite autovelox, ma la sua sospensione ha aggiunto caos ad altro caos, generando inevitabilmente ulteriori controversi.

Ma facciamo un passetto indietro. Esattamente due mesi fa, il 23 gennaio, anche a seguito di quella sentenza di Cassazione dell’aprile 2024 (confermata più volte), il Ministero dell’Interno aveva inviato la circolare 995 con la quale stabiliva la sostanziale piena omogeneità ed identità tra le procedure tecnico-amministrative che sono alla base sia dell’omologazione che dell’approvazione”. Quindi omologazione e approvazione divergerebbero tra loro per un dato puramente formale e pertanto ordinava a tutti i prefetti di rigettare i ricorsi e ad impugnare le sentenze dei Giudici di Pace (anche se a quanto pare la Prefettura di L’Aquila si appella solo a quelli proposti da alcuni soggetti), nonostante e in piena contraddizione, nella stessa si specifica che non sono ancora definite le procedure di omologazione, ne avevo parlato qui.

Se non si è capito, il Ministero dell’Interno prima dice che la procedura per l’omologazione dell’autovelox è identica a quella dell’approvazione, poi si smentisce da solo dicendo che per quanto riguarda l’omologazione è stato istituito un tavolo di confronto per stabilire le procedure di omologazione, che per logica dovrebbero essere le stesse per l’approvazione che già detiene. Quindi a che servirebbero le nuove regole se dichiari di averle già? Dire tutto e il contrario di tutto nella stessa fase è ormai una prassi amministrativa.

A creare altro caos, evidentemente non pago della figuraccia, il Ministero dell’Interno torna alla carica e di recente ha avviato un’interlocuzione con l’Avvocatura Generale dello Stato (io personalmente ho avuto a che fare con l’Avvocatura distrettuale, ed è un tutto dire), e ha fatto suo il parere fornito, producendo un nuovo decreto nel quale prevedeva che tutti gli autovelox approvati dal 13 giugno 2017 in poi fossero considerati automaticamente omologati. Un cambiamento che avrebbe avuto un impatto enorme, soprattutto alla luce delle recenti sentenze della Corte di Cassazione, che avevano stabilito l’invalidità delle multe elevate tramite dispositivi non omologati. La misura aveva quindi una logica precisa: evitare ricorsi a valanga e uniformare la regolamentazione.

Premesso che il testo della direttiva reintroduce surrettiziamente l’articolo 6 del D.M. 282/2017, abrogato in occasione delle recenti modifiche al Codice della Strada (entrate in vigore circa sei mesi fa), una norma che era stata rimossa proprio per garantire maggiore trasparenza e legalità, il che rende questa reintroduzione assurda e ingiusta perché il D.M. 282/2017 si pone in netto contrasto con la Legge 113/2015, che stabilisce regole più rigorose per l’omologazione degli strumenti di rilevazione della velocità, con l’obiettivo, abbastanza palese, di cercare di mantenere in vita un sistema normativo confuso e favorevole agli incassi derivanti dalle multe, piuttosto che garantire il rispetto delle regole e la tutela degli automobilisti.

Eppure, proprio quando il decreto era pronto per essere inviato a Bruxelles per l’approvazione definitiva, il Ministero dei Trasporti ha fatto marcia indietro. Il Ministro Salvini ha dichiarato la necessità di ulteriori approfondimenti, lasciando le amministrazioni locali e gli automobilisti in un limbo normativo.

La decisione ha sollevato sospetti: davvero si tratta di dubbi tecnici o, come spesso accade, le esigenze di cassa dei Comuni hanno avuto la meglio sul diritto?

La risposta è nelle conseguenze che il secondo decreto portava in grembo.

Però prima di parlarne, non posso che riportare le dichiarazioni del Presidente dell’Asaps, Giordano Biserni, Associazione Sostenitori Amici Polizia Stradale (che si schiera contro i cittadini che devono rispettare la legge anche se dall’altra parte c’è una violazione continua delle stessa legge) “Avevamo chiesto con forza che si procedesse velocemente ad approvare questo importante decreto. Finalmente si farà chiarezza, e finiranno i sistematici ricorsi che hanno criminalizzato i misuratori di velocità e hanno fatto annullare le sanzioni per le velocità oltre i limiti, anche le velocità tra le più elevate. In troppi incidenti la velocità è stata causa di morti e feriti. Auspichiamo che torni una ‘pace’ tra gli automobilisti e chi controlla il rispetto delle regole, che evidentemente non valgono per se stessi, aggiungerei.

Poi quando gli hanno fatto notare che solamente 12 sistemi potevano essere considerati “omologati d’ufficio”, torna indietro e si dichiara “favorevole al rinvio perché in piena estate e con l’esodo degli italiani per le vacanze, il decreto porterebbe alla disattivazione della stragrande maggioranza degli apparati di controllo velocità, compresi Tutor 10 e 2.0 sulle autostrade, perché approvati prima dell’agosto 2017”.

Ma come !!! non era giusto il decreto precedente tanto idolatrato e pubblicato neanche pochi giorni prima? Evidentemente la comicità non la si vede solo su Zelig.

La verità è una sola, i Comuni non possono rinunciare a questi introiti, non perché obbligati a migliorare la sicurezza stradale, ma per mere esigenze di cassa. 

Secondo le stime, in Italia sono installati oltre 11.000 autovelox, un numero tra i più alti al mondo. I Comuni incassano infatti ogni anno circa 300 milioni di euro dalle multe per eccesso di velocità, ma solo una minima parte di questi fondi viene reinvestita per la sicurezza stradale.

Le amministrazioni locali, costantemente in difficoltà finanziaria, vedono negli autovelox una fonte di reddito sicura. Non è un caso che molti dispositivi siano installati in punti strategici non tanto per prevenire incidenti, quanto per massimizzare gli incassi. Il decreto, imponendo una regolamentazione più chiara, avrebbe potuto mettere fine a questa distorsione. Non è difficile credere che proprio questo sia stato il motivo del suo stop improvviso.

Eppure a livello giuridico la situazione è cristallizzata. La Corte di Cassazione, con la sentenza del 18 aprile 2024, ha ribadito che le multe elevate con autovelox non omologati non sono valide. Una posizione chiara, che ha scatenato una valanga di ricorsi e ha messo in difficoltà molte amministrazioni. Il decreto avrebbe dovuto chiudere questa partita, stabilendo che tutti gli autovelox approvati dal 2017 in poi fossero da considerarsi automaticamente omologati.

Con la sua sospensione, però, si riapre il problema. Gli enti locali continueranno a utilizzare apparecchi potenzialmente non a norma, e gli automobilisti, consapevoli delle sentenze della Cassazione, continueranno a impugnare le sanzioni. Il risultato? Un aumento del contenzioso, con costi legali esorbitanti che peseranno sulle casse pubbliche e con una giustizia stradale sempre più confusa.

Le principali associazioni dei consumatori hanno duramente criticato la sospensione del decreto. Assoutenti ha parlato di un “effetto stangata” per gli automobilisti, sottolineando come la mancanza di una regolamentazione chiara possa portare a un aumento incontrollato delle multe durante i mesi estivi. Codacons ha denunciato la situazione come un “allungamento dell’agonia” per gli automobilisti, già vessati da un sistema sanzionatorio caotico e ingiusto.

A preoccupare è anche la disparità di trattamento tra gli automobilisti. Senza un quadro normativo univoco, ogni Prefettura respingerà sistematicamente tutti i ricorsi e farà appello a quelle sentenza di sfavore emesse dai Giudici di Pace (dimenticando che una direttiva ministeriale è una fonde di diritto secondaria rispetto alla Legge) e ogni Giudice di Pace e Tribunale d’Italia dovrà inevitabilmente rispettare la Legge e le direttive espresse dalla Cassazione procedendo ad annullare tutti i verbali emessi con questi strumenti illegittimi. Questo mina la certezza del diritto e alimenta la percezione di un sistema pensato più per fare cassa che per garantire la sicurezza indipendentemente dalla legalità stessa dei rigetti.

Il decreto avrebbe messo un punto fermo, regolamentando una materia in cui le amministrazioni locali hanno operato spesso al limite della legalità (anzi illegalmente visti i recenti sequestri, vedi il recente articolo). La sua sospensione lascia invece spazio a nuovi contenziosi e a un’applicazione delle norme sempre più arbitraria.

Le ragioni dietro questo stop sono evidenti: da una parte, l’esigenza di alcuni Comuni di continuare a incassare milioni di euro senza troppe limitazioni; dall’altra, la difficoltà del governo di far rispettare regole chiare in un settore dove gli interessi economici sono enormi. Non è certo una novità che, quando si tratta di multe e autovelox, la priorità si sposti rapidamente dal rispetto della legge agli incassi facili.

Questa vicenda è l’ennesima dimostrazione di come in Italia le norme vengano spesso piegate alle necessità economiche delle amministrazioni, piuttosto che alla tutela dei cittadini. Per una volta che un decreto avrebbe potuto fare chiarezza e spazzare via la marea di strumenti illegittimi, la sua sospensione ha riportato in primo piano gli interessi di cassa, a discapito del diritto.

Il futuro degli autovelox in Italia rimane dunque incerto. Quello che è certo è che gli automobilisti continueranno a essere vittime di un sistema che, più che alla sicurezza stradale, sembra pensato per riempire le casse dei Comuni. E intanto, il caos normativo continua.

Articolo scritto e pubblicato da Giuseppe Pea in data 25.03.2025

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