Nel complesso e spesso contraddittorio panorama della fiscalità locale, la gestione della Tari – la tassa sui rifiuti – si conferma uno dei nodi più intricati da sciogliere. Le recenti delibere di Arera e i provvedimenti normativi inseriti nel decreto sulle sanatorie fiscali hanno generato una situazione paradossale, in cui bonus pensati per agevolare le fasce più deboli rischiano di pesare sulle bollette degli altri utenti, mentre le imprese si vedono cancellare importanti esenzioni. Un cortocircuito che solleva interrogativi su equità, sostenibilità e applicazione delle norme.
Con la delibera 133/2025, Arera ha introdotto la componente perequativa UR3, che vale 6 euro a utenza e che serve a finanziare il bonus sociale Tari. Questo bonus è destinato agli utenti con Isee inferiore a 9.530 euro, oppure elevato a 20.000 euro per nuclei familiari numerosi, e consiste in uno sconto del 25% sulla tariffa rifiuti.
Tuttavia, per il primo anno di applicazione difficilmente sarà operativo il sistema di interscambio che consentirà a regime di riconoscere in automatico il bonus. La conseguenza è che questo fondo sarà anticipato dalla Cassa per i servizi energetici e ambientali e non dalla tassa rifiuti effettivamente applicata.
L’istituzione della nuova componente perequativa nei fatti è una sorta di solidarietà forzata a livello nazionale. L’effetto più evidente è che per alcuni Comuni le entrate della componente perequativa saranno superiori al costo del bonus per quello stesso Comune, con punte di uno a sei, ovvero a fronte di 100 euro di bonus riconosciuti si chiedono 600 euro di componenti perequative.
Ovviamente, visti i redditi tra i più bassi del nostro Comune, la situazione sarà inversa nella nostra realtà dove i ricavi dalle componenti perequative prelevate direttamente dalla tariffa saranno inferiori ai bonus riconosciuti.
Non è chiaro inoltre se l’applicazione della quota perequativa vada assegnata anche alle utenze beneficiarie del bonus, come genera ulteriore confusione il fatto che l’intervento è retroattivo, previsto a partire dal 1° gennaio 2025, con obbligo di conguaglio entro il 31 gennaio 2026. Un doppio invio di bollette è previsto per quei Comuni che hanno già approvato la tariffa e proceduto alla stampa delle richieste di pagamento (e spero che tra questi non ci sia il nostro Comune), aggravando ulteriormente la complessità gestionale. La gestione operativa, oltre a essere economicamente onerosa (per stampa, spedizione, contabilità, etc.), rischia di generare confusione e proteste da parte degli utenti, nonostante l’Arera abbia fornito indicazioni per una gestione semplificata, tenuto conto che non è possibile per quei Comuni che hanno già inviato i moduli, emetterne uno nuovo aggiuntivo perché l’importo sarebbe inferiore ai 12 euro, importo minimo di versamento come imposto dall’articolo 1, comma 168 della Legge 296/2006.
A mettere altra carne sul fuoco vi è che il bonus sociale deve poi coordinarsi con la facoltà che hanno i Comuni di stabilire agevolazioni anche in base all’Isee, finanziate con fondi di bilancio comunale, riduzioni che in alcuni casi superano anche il 25%. A differenza del bonus sociale che è automatico, le agevolazioni comunali sono subordinate a istanza del contribuente da presentare alle scadenze fissate dal regolamento, che andrebbe quindi incrociata con la prima.
Questo problema non si pone nel nostro Comune in quanto, fatte salve rare eccezioni, non sono mai state previste riduzioni finanziate da risorse di bilancio.
In parallelo, il decreto legislativo sulle sanatorie fiscali cancella l’esenzione Tari per le imprese, in particolare per magazzini e aree produttive precedentemente escluse dal pagamento. Queste aree saranno ora soggette a un forfait del 40% sulla quota fissa della Tari. Questo comporta inevitabilmente una ridistribuzione della tariffa con una, seppur piccola, riduzione, visto che le entrate non possono superare i costi complessivi (gestore + comune). Ovviamente questo non avverrà nel nostro Comune perché le tariffe sono state già approvate.
Questo rappresenta un cambio di rotta significativo rispetto alle versioni precedenti della norma, che avevano escluso queste attività dal tributo o applicato riduzioni consistenti. In nome della semplificazione e della coerenza del sistema tributario, la norma prevede ora che anche le aree funzionalmente connesse alla produzione, ma non direttamente coinvolte nella generazione di rifiuti, paghino la Tari.
La misura è motivata dalla volontà di evitare distorsioni e garantire il finanziamento dei servizi indivisibili, ma rischia di penalizzare le imprese in difficoltà, già alle prese con costi energetici e burocratici elevati. La richiesta di sanatorie e la presentazione della dichiarazione sostitutiva per usufruire di sconti sarà comunque obbligatoria per evitare contenziosi.
Con le nuove modifiche normative in materia di TARI, cambia sensibilmente il quadro delle tempistiche entro cui gli enti locali possono procedere alla riscossione forzata delle somme non pagate dai contribuenti. La novità più rilevante riguarda la riduzione dei termini di sospensione delle azioni esecutive. Se fino ad oggi, dopo la notifica dell’ingiunzione di pagamento, l’ente o il soggetto incaricato della riscossione doveva attendere rispettivamente 120 o 180 giorni prima di procedere con pignoramenti e altre misure esecutive, ora quei termini sono stati dimezzati. Nel dettaglio, la sospensione si riduce da 120 a 60 giorni nel caso in cui la notifica sia effettuata dallo stesso soggetto che riscuote, e da 180 a 90 giorni negli altri casi.
Si tratta di un cambiamento che avrà un impatto concreto soprattutto sui tempi con cui i Comuni e le società incaricate possono passare all’azione contro i contribuenti morosi.
La stretta sulle tempistiche viene però accompagnata da una misura di segno opposto, che mira a offrire una forma di tutela ai lavoratori autonomi, ai professionisti e alle piccole imprese. Entra infatti in vigore una nuova disposizione che limita i pignoramenti sui beni mobili strumentali all’attività d’impresa o professionale. In sostanza, non sarà più possibile procedere al pignoramento di attrezzature, veicoli o strumenti di lavoro se il loro valore complessivo non supera il doppio dell’importo dovuto. È un principio di equilibrio: da una parte lo Stato accelera i meccanismi di riscossione, dall’altra cerca di evitare che questi meccanismi compromettano irrimediabilmente la capacità produttiva di chi lavora.
In questo nuovo scenario, il contribuente si trova con margini di manovra più ristretti e tempi ridotti per reagire a eventuali ingiunzioni, ma al contempo con una tutela rafforzata del proprio strumentario professionale. Sarà quindi fondamentale, in caso di contestazione o difficoltà di pagamento, agire rapidamente, valutare le possibilità di rateizzazione o presentare opposizione laddove vi siano profili di illegittimità nella richiesta.
Il nuovo assetto normativo e tariffario, tra bonus sociali, perequazioni, retroattività e cancellazione di esenzioni, solleva una questione di fondo: è davvero equo e sostenibile il sistema attuale? Il rischio concreto è quello di spostare il peso economico da una categoria all’altra, senza risolvere alla radice le inefficienze nella gestione dei rifiuti e nella fiscalità locale.
La complessità del sistema – tra CSEA, Arera, Comuni e utenti – si traduce in una giungla normativa dove il cittadino, e sempre più spesso anche le imprese, faticano a orientarsi. Una semplificazione strutturale, più che una moltiplicazione di bonus e correttivi, potrebbe essere la vera chiave per una Tari più giusta ed efficiente.
A rendere ancora più gravoso il quadro attuale contribuisce la dinamica degli aumenti tariffari, ormai ricorrente in molti Comuni. Un esempio concreto è offerto dal Comune di Balsorano, dove – come riportato sul sito istituzionale – si sono registrati incrementi della TARI pari all’8% nel 2023 e al 4% nel 2024, segno evidente di una tendenza che non accenna a invertire la rotta. Questi aumenti, sommati alla nuova componente perequativa UR3 e alla cancellazione di esenzioni, comportano un ulteriore rincaro per i contribuenti, soprattutto per quelli che non rientrano tra i beneficiari dei bonus sociali.
Il problema principale resta però a monte: il meccanismo di determinazione dei costi della TARI, nella maggior parte dei Comuni, non si basa su un piano economico dettagliato, costruito su analisi reali di personale, mezzi, attrezzature, investimenti, rendimenti, come avviene nei servizi messi a gara. Al contrario, la tariffa è spesso costruita su costi storici, frutto di una media delle spese degli anni precedenti, senza un confronto competitivo sul mercato. Questo approccio non incentiva l’efficienza e anzi, come hanno dimostrato le inchieste sulla gestione dei rifiuti in città come Foggia, rischia di generare costi gonfiati, che poi si riflettono sulle bollette dei cittadini. Purtroppo, Foggia non è un caso isolato.
In assenza di una reale concorrenza e di un controllo puntuale sulla formazione dei costi, ogni intervento normativo rischia di essere solo una toppa, destinata a spostare il problema senza risolverlo. La vera sfida resta quella di riformare strutturalmente il sistema, puntando su trasparenza, efficienza e gare pubbliche: solo così si potrà costruire una TARI più giusta, sostenibile ed equa per tutti.
Articolo scritto e pubblicato da Giuseppe Pea in data 18.04.2025

Rispondi