“La legge è uguale per tutti“. Una frase che campeggia in ogni aula di tribunale, simbolo della giustizia imparziale. Ma quando si guarda al modo in cui vengono gestiti alcuni affidamenti pubblici, il dubbio si insinua: e se, in fondo, quella scritta valesse solo per qualcuno?
I recenti fatti di Foggia, link 1, link 2, link 3, link 4, sembrano confermare questa sensazione. Secondo quanto emerso dall’inchiesta della Procura, diversi dirigenti comunali e amministratori locali sarebbero stati accusati di aver falsificato la relazione tecnica sull’affidamento in house del servizio rifiuti, costruendo una narrazione ad hoc per giustificare l’affidamento diretto senza gara, in barba alle norme europee e nazionali. Non suona strano, vero !!!
Stando a quanto emerso dai controlli nei 54 comuni il servizio di raccolta rifiuti sarebbe stato affidato con proroghe “contingibili e urgenti” o facendo ricorso ad affidamenti “sotto soglia” anziché utilizzare di procedure di gara per la scelta del gestore. In alcuni casi il servizio era gestito con modalità “in house” senza che fosse dimostrato il reale vantaggio economico per l’ente.
L’analisi degli atti amministrativi avrebbe permesso ai militari del nucleo di polizia economico-finanziaria di individuare diverse ipotesi di danno erariale quantificate complessivamente in 5.154.130 euro causati dalla mancata adozione di procedure“concorrenziali” nell’affidamento dei servizi.
L’ipotesi è che l’affidamento ad Amiu Puglia della raccolta dei rifiuti per il Comune di Foggia, sottoscritto nel 2022, sia avvenuto aggirando le norme e cioè predisponendo gli atti in modo da «indirizzare» in qualche modo la decisione, gonfiandone i costi rispetto a quelli effettivi e pur conoscendo «l’inadeguatezza» del servizio fino a quel momento svolto dalla società pubblica
Dalle ricostruzioni inoltre emerge che dai dati economici del 2023 la gestione dei rifiuti a Foggia ha generato un utile di 1,5 milioni di euro, mentre quella di Bari ha registrato una perdita di 2,1 milioni di euro. Ma non è una semplice anomalia contabile. Infatti i profitti dalla gestione foggiana sono stati usati per riequilibrare le perdite di Bari, con un impatto negativo sulla cittadinanza di Foggia. Secondo il bilancio 2023, il saldo negativo complessivo della società ammonta a 573mila euro, cifra derivante dall’eccedenza delle perdite baresi rispetto agli utili foggiani.
Gli esponenti delle associazioni firmatarie sostengono che questo meccanismo penalizza ingiustamente i contribuenti foggiani, che si trovano a pagare una TARI superiore a quella richiesta ai cittadini baresi, nonostante il servizio a Foggia costi meno. In altre parole, i fondi raccolti con la tassa sui rifiuti dai foggiani non sarebbero stati interamente impiegati per il servizio locale, ma utilizzati per coprire il deficit generato dalla gestione di Bari.
Questo viola la principale disposizione introdotta dalla TARI ovvero che gli importi incassati dalla tariffa non possono superare i costi del servizio e i costi sostenuti dal Comune. Un atto grave, che mina alle fondamenta la fiducia nei confronti delle istituzioni. Ma soprattutto, un modus operandi che per molti versi ricorda situazioni ben note anche in altri contesti, lontani da Foggia ma non dalle stesse logiche.
Nel territorio marsicano, il nome di SEGEN S.p.A. è noto da tempo. È la società partecipata che da anni gestisce i rifiuti in numerosi comuni: Balsorano, Tagliacozzo, Canistro, Castellafiume, Sante Marie, giusto per citarne alcuni. Il problema? Gli affidamenti vengono concessi senza gare pubbliche, spesso con delibere che presentano analisi tecniche sommarie, confronti selettivi e giustificazioni discutibili.
Tutto lascia presupporre un “abuso della forma in house”, dove la partecipazione pubblica diventa uno scudo per evitare il confronto competitivo e mantenere sotto controllo la gestione del servizio. Le relazioni tecniche sono spesso generiche, prive di una valutazione approfondita delle alternative di mercato, a volte del tutto assente, e si sorvola sistematicamente sul principio cardine dell’evidenza pubblica.
Negli ultimi mesi, anche i Comuni di Castellafiume e Canistro hanno proceduto a nuovi affidamenti diretti a SEGEN. Ancora una volta, nessuna gara, nessuna consultazione di mercato, solo l’ennesima delibera che richiama una relazione dai contenuti ormai “standardizzati”. Sostanzialmente si cerca di giustificare una scelta fatta a monte, prima di ogni consultazione di mercato, e si cerca disperatamente, quando si riesce a trovare, quell’unico parametro che possa in qualche maniera avvalorare la scelta.
Ultimo caso emblematico il caso del Comune di Sante Marie, dove per legittimare l’affidamento diretto a SEGEN si è fatto un confronto con quei rari comuni che presentavano costi più elevati. Ma si omette, in modo conveniente, di chiarire il motivo di quei costi. Tra questi, Rocca di Mezzo, noto per essere il comune più alto d’Abruzzo e tra le mete sciistiche più frequentate della regione. Un territorio con esigenze logistiche e operative completamente diverse, che mal si prestano a un paragone.
Il risultato è una rappresentazione parziale e fuorviante della realtà, costruita non per garantire efficienza e risparmio, ma per confermare una scelta già presa, quella di affidare ancora una volta a SEGEN il servizio, senza rischi, senza concorrenti, senza controllo.
Ma come si può non citare una delle anomalie più evidenti emerse nelle analisi, ovvero la curiosa ripetizione del costo pari a 138,84 euro/abitante (o circa 139 euro/abitante) come riferimento per molti dei comuni serviti da SEGEN. Un valore apparentemente uniforme, ma che non trova riscontro nei dati reali dei vari enti. In molti casi, infatti, i costi effettivi sono ben superiori, e non si capisce a quali comuni faccia realmente riferimento quella soglia indicata come benchmark di riferimento. Curioso il fatto poi che anche in confronto ai fabbisogni standard, quasi nessun comune, se non addirittura nessuno, registra costi inferiori.
Ciò che stupisce è che questo valore è stato costantemente riproposto nelle relazioni tecniche, quasi fosse un “prezzo guida”, senza però alcuna spiegazione concreta sulla sua origine, né una reale verifica dell’equità o della comparabilità delle condizioni operative tra i vari comuni.
Nel corso degli anni, non ho fatto altro che sollevare dubbi, chiedere accesso agli atti fermamente negati, anche oggi nonostante l’intervento del Difensore Civico. In molti casi, le risposte sono state elusive, come l’ultima del Comune di San Vincenzo V.R..
Eppure, l’articolo 192 del Codice dei contratti pubblici impone una valutazione puntuale e motivata per ogni affidamento diretto. Ma nei casi analizzati, questa valutazione è spesso assente o scarna, e il principio di concorrenza è trattato come un fastidio.
A Foggia, l’alterazione della relazione tecnica ha portato la magistratura a intervenire. Il sistema emerso parla di favori reciproci tra politica e dirigenza tecnica, pressioni sui funzionari e una rete consolidata di interessi. A finire nel mirino della Procura non è solo l’affidamento, ma un modo sistemico di gestire la cosa pubblica.
Eppure, se si leggono attentamente i documenti dei casi SEGEN, le similitudini sono lampanti:
- affidamenti reiterati senza gara;
- relazioni tecniche costruite per sostenere una sola tesi;
- assenza di un reale confronto con il mercato;
- opacità nelle comunicazioni istituzionali;
- un clima di impunità diffuso.
La differenza? A Foggia è scattata l’inchiesta. Dove arriverà nessuno può saperlo, ma almeno si indaga. In altri luoghi, tutto continua come se nulla fosse.
A rendere la situazione ancor più paradossale è il ruolo delle figure che dovrebbero garantire la legittimità degli atti: segretari comunali, responsabili di servizio, revisori dei conti. In molte occasioni, invece di essere garanti della legalità, diventano parte attiva del meccanismo. Si firmano atti, si avallano decisioni, si impedisce l’accesso ai documenti. Una forma di complicità burocratica che rende difficile ogni forma di controllo civico.
Ma l’abuso dell’in house dalle nostre parti è diventata prassi. E chi lo denuncia, spesso, viene ignorato o ostacolato, o come nel mio caso, denunciato per diffamazione, ma al solo scopo della ricerca della verità, come se veramente non la conoscessero a priori. Nel mentre i costi aumentano, i servizi non migliorano, ma il circuito resta chiuso e protetto. Nessuno ha il coraggio di mettere in discussione la legittimità degli affidamenti. Nessuno verifica se una gara pubblica non porterebbe a risultati migliori per le casse comunali e soprattutto per i cittadini.
Il problema, quindi, non è solo legale. È culturale. È la convinzione, ormai radicata, che alcuni siano al di sopra delle regole, che la legalità sia una formalità da piegare all’interesse del momento.
L’inchiesta foggiana dimostra che, dove c’è la volontà politica e giudiziaria, è possibile intervenire. Ma in molte altre realtà, le stesse dinamiche passano inosservate, diventano consuetudine, si sedimentano fino a diventare intoccabili.
E così, mentre in alcuni comuni si aprono processi per manipolazione documentale, in altri si continua a costruire relazioni tecniche su misura, ad affidare senza gara, a chiudere le porte alla trasparenza.
La legge è uguale per tutti, recita il principio. Ma nella pratica quotidiana degli affidamenti pubblici, sembra che ci sia chi può fare tutto e chi invece deve subire tutto.
E a pagare, ancora una volta, sono i cittadini.
Articolo scritto e pubblicato da Giuseppe Pea in data 17.04.2025

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