Il Comune non è – o almeno non dovrebbe essere – un’azienda privata che distribuisce incarichi e risorse secondo logiche di convenienza o di amicizia. Il Comune, per sua natura, dovrebbe rappresentare l’istituzione più vicina al cittadino, quella chiamata a riequilibrare le disuguaglianze, a sostenere chi ha meno, a garantire che le risorse pubbliche vadano davvero a beneficio della collettività.
Non ce l’ho con le persone, ma con un’idea distorta di amministrazione: quella per cui i regolamenti e le leggi valgono sempre per qualcun altro, mentre chi governa o gestisce può permettersi deroghe o interpretazioni di comodo o nei casi più gravi, palesi violazioni.
E dico questo con un certo disincanto, perché ormai mi ritrovo troppo spesso a dover replicare piccatamente a segretari comunali che, di fronte a richieste di accesso legittime, reagiscono prima negando e poi concedendo solo sotto pressione, con fastidio e atteggiamenti difensivi. Comprendo che chi lavora possa sbagliare, ma non posso accettare – e non accetterò mai – che chi dovrebbe essere garante della correttezza amministrativa e/o si definisce “cultore della materia” finisca invece per avallare prassi discutibili, rafforzando un sistema in cui la trasparenza e il rispetto delle regole restano sempre sulla carta.
Questa volta, peraltro, mi sono trovato di fronte a un netto diniego: motivazioni che nulla hanno a che vedere con la trasparenza amministrativa, ma che rivelano piuttosto la volontà di nascondere il probabile “mal fatto”, dopo essere stati evidentemente colti in fallo.
Negli enti locali italiani si assiste da tempo alla diffusione di incarichi di collaborazione “a titolo gratuito” ad ex dipendenti pubblici in pensione. Nulla di illegale, intendiamoci: l’art. 5, comma 9 del D.L. 95/2012 (convertito nella L. 135/2012, poi modificato dalla L. 124/2015) consente questa possibilità a condizione che non venga riconosciuto alcun compenso, salvo rimborsi spese effettivi, documentati e strettamente necessari.
Fin qui tutto chiaro. Ma cosa succede quando, dietro la facciata della gratuità, si celano rimborsi di 1.000 euro annui, regolarmente liquidati senza che sia mai dato sapere in base a quali spese, per quali attività, e con quale frequenza?
Un esempio emblematico arriva dal Comune di San Vincenzo Valle Roveto, dove un ex dipendente (classe 1954), riceve da anni un incarico di “supporto all’Area Demografica – Elettorale”. L’incarico è affidato formalmente a titolo gratuito, ma ogni anno viene impegnata e liquidata la somma di 1.000 euro per rimborsi spese, come da:
- Delibera di Giunta n. 3 del 19.01.2023 e determinazione n. 23 del 24.07.2024;
- Delibera di Giunta n. 11 del 03.02.2025 e determinazione n. 12 del 24.06.2025.
Ora, non si tratta di un settore privo di copertura organica: la responsabile del servizio demografico risulta in carica almeno dal 2019, ed è in piena attività lavorativa (classe 1966). Quindi perché servirebbe un incarico di supporto all’Area Demografica – Elettorale ovvero un affiancamento continuativo per una funzione che, diciamolo, non è tra le più complesse nella macchina amministrativa? Quale sia sostanzialmente questo “supporto” è tutto un mistero. Di sicuro suona strano che si abbia questa continua necessità di un supporto per un servizio di una complessità relativa, vista la dimensione dell’ente.
Fatto altrettanto curioso è che questo soggetto, nell’immediato periodo successivo di pensionamento, non sembrava così disposto a “tornare in sella” per affiancare quella dipendente che lo avrebbe sostituito, anche se per circa 1 anno, per poi rinunciarvi.
Il legislatore è molto chiaro: il rimborso è ammesso solo se è:
- documentato analiticamente (con pezze giustificative allegate),
- congruente con le finalità dell’incarico,
- non forfettario (art. 6 del D.P.R. 445/2000, art. 5 del D.Lgs. 33/2013, e ribadito dalla Corte dei Conti in diverse pronunce).
Il problema? La documentazione non è stata pubblicata da nessuna parte.
Nemmeno una tabella, uno scontrino, una fotocopia. Nulla.
Eppure l’art. 15 del D.Lgs. 33/2013 e l’art. 53 del D.Lgs. 165/2001 impongono la pubblicazione degli incarichi e dei relativi oneri nella sezione “Amministrazione Trasparente”. Che, nel caso del Comune in questione, appare più come una “zona grigia” che come un faro di chiarezza: vuota, aggiornata in modo approssimativo, e sostanzialmente inutile.
Ora la normativa è altrettanto chiara. Il pensionato non ha diritto ad alcuna remunerazione ad eccezione dei costi sostenuti e debitamente rendicontate.
Ora l’incarico del 2023 derivato dalla Delibera di Giunta Comunale n. 3 del 19.01.2023 prevedeva un impegno di spesa, conseguente determina n. 14 del 18.08.2023, di 1.000 euro per il rimborso delle spese per l’incarico di collaborazione.
Circa un anno dopo, l’ex dipendente presenta la richiesta di rimborso che, con una curiosa precisione, è esattamente di 1.000 euro, che doveva essere il rimborso massimo da rendicontare.
Ma quali sono queste spese rimborsabili?
Ho voluto scrivere un elenco abbastanza esaustivo:
- i Km percorsi con mezzo proprio o i biglietti dei mezzi pubblici;
- i pedaggi autostradali: con ricevuta;
- i parcheggi a pagamento se giustificati;
- le spese per pranzi o cene solo se motivati da impegni fuori sede (fuori da San Vincenzo VR per intenderci) previa ricevuta;
- alloggi se motivati da impegni fuori sede previa ricevuta;
- acquisto di materiali di consumo necessari all’incarico: penne, carta, raccoglitori se non forniti dall’ente;
- invio di raccomandate, spese di stampa, fotocopie etc se previste nell’incarico;
- utilizzo del proprio computer o software (liquidati con rimborsi forfettari e limitati).
Tutte queste spese devono essere documentate, necessarie e pertinenti allo svolgimento dell’incarico e preventivamente autorizzate e regolamentate nell’atto di incarico.
Ora per logica elementare, ma potrei anche essere smentito, tra Balsorano e San Vincenzo VR non credo ci siano stati pedaggi autostradali, né tanto meno dovrebbero sussistere parcheggi a pagamento, né dovrebbero esserci impegni fuori sede che prevedono pranzi, cene o alloggi, così come è difficile immaginare che l’ente non provveda alla fornitura di cancelleria, né tantomeno che l’incaricato sia chiamato ad inviare raccomandate o a stampare per proprio conto senza utilizzare quella del comune o che abbia software particolari che l’ente ne sia in qualche maniera sprovvisto.
L’unica voce rimborsabile sembra essere quella di viaggio, inteso il percorso più veloce tra la propria abitazione e la sede del Comune viciniore.
Ora, sempre fatto salvo eventuali smentite, l’ex dipendente risiede nel Comune di Balsorano, mentre l’incarico si è svolto e si continuerà a svolgere nel vicino Comune di San Vincenzo Valle Roveto. La distanza tra i due centri è di circa 4,7 km (quindi 9,4 km A/R). Con un rimborso “kmetrico” calcolato generalmente su 1/5 del costo al litro (circa 0,37 €), ogni viaggio andata e ritorno vale circa 3,50 €.
Ora se la matematica non è un’opinione, con un rimborso esattamente di 1.000,00 € annui, sarebbero necessari oltre 286 viaggi (30 giorni oltre i giorni lavorativi previsti in un anno) per giustificare tale cifra, ipotesi irrealistica alla luce della distanza limitata e della frequenza compatibile con un incarico di affiancamento non continuativo.
Tra l’altro è bene rimarcare che la funzione oggetto di affiancamento riguarda un settore (demografico-elettorale) già coperto da personale effettivo, in particolare da un responsabile in organico almeno dal 2019, se non prima, quindi in età pienamente attiva. Appare lecito domandarsi:
- perché si è sentita la necessità di un supporto ulteriore?
- con quali effettive mansioni operative?
- in quale misura e con quale frequenza?
Benché la normativa consenta i rimborsi spese per incarichi gratuiti, questi devono:
- essere documentati analiticamente;
- essere strettamente pertinenti e proporzionati all’attività svolta;
- non rappresentare forme indirette di retribuzione.
Nel caso in esame, la liquidazione in blocco e senza allegazione pubblica delle pezze giustificative lascia spazio a dubbi legittimi sulla reale natura della spesa.
Inoltre il d.lgs. 33/2013 impone alle amministrazioni la pubblicazione degli incarichi e dei relativi costi sostenuti, comprese le spese rimborsate a titolo di collaborazione gratuita.
Ma, come spesso accade, niente viene pubblicato nell’apposita sezione di Amministrazione Trasparente che sembra destinata a restare incompleta per decenni, essendo ancora più indietro della nostra, altrettanto scarsa di contenuti, il tutto con la responsabilità anche del sindaco e degli assessori che secondo il RPTC del Comune di Balsorano hanno loro stessi l’obbligo di pubblicazione dei loro atti, o almeno questo ho letto in un riscontro al Difensore Civico.
Parlo di intere sezioni da anni povere di contenuti, pochezza che comunque per la loro felicità non inficerà (e non ha inficiato) sicuramente quando si tratterà di valutare il responsabile che nonostante tutto probabilmente raggiungerà comunque tutti gli obiettivi con punteggi vicini alla perfezione.
Eppure, tutto funziona alla perfezione. Almeno sulla carta.
Rimane dunque un mistero – o meglio, una spesa teoricamente sconosciuta – quella coperta dai famosi 1.000 euro. Non perché non sia documentata (forse lo è, da qualche parte), ma perché non è pubblicata, non è consultabile, non è verificabile. E quando un’amministrazione maneggia fondi pubblici, l’assenza di trasparenza pesa più del contenuto stesso della spesa.
Ma c’è di più. La cosa davvero curiosa è la perfetta coincidenza degli importi: 1.000 euro stanziati, 1.000 euro richiesti, 1.000 euro liquidati. Una simmetria che fa pensare più a un compenso fisso che a un rimborso spese, che per sua natura dovrebbe essere variabile, irregolare e strettamente dipendente da spese reali, puntualmente certificate e autorizzate.
E qui il sospetto è inevitabile: non è che questo incarico “gratuito” stia diventando, nei fatti, una forma di retribuzione mascherata? Perché se ogni anno l’importo liquidato è sempre lo stesso, e se non si sa a quali attività corrisponda, allora il problema non è solo la trasparenza, ma la stessa legittimità dell’operazione.
Detto questo, il presupposto dell’incarico non è sbagliato in sé: il supporto a titolo gratuito può essere utile in alcune fasi di transizione, soprattutto quando c’è una sostituzione da accompagnare o una carenza effettiva di personale. Ma in questo caso, è lecito dubitare che vi sia davvero una necessità operativa: la responsabile dell’Area Demografica è in servizio dal 2019, ha esperienza pluriennale, e l’ente non è certo un capoluogo metropolitano con flussi anagrafici ingestibili.
Ma più che un affiancamento, questo incarico sembra aver alleggerito il carico della responsabile, senza però comportare alcuna riduzione nei compensi, né influenza negativa sulla valutazione della performance. Un equilibrio ideale: meno lavoro, stessi premi. Il tutto a spese dell’ente.
E allora viene spontaneo chiedersi: non sarebbe stato più utile, anche solo con quei 1.000 euro, finanziare una borsa lavoro? Aiutare un giovane disoccupato, una madre sola, una persona con disabilità? Qualcuno che non riceva già una più che decente pensione da ex responsabile dell’ufficio anagrafe sicuramente annoiato.
Perché è questo il punto: il Comune dovrebbe servire a riequilibrare le disuguaglianze, non a conservarle. Dovrebbe essere un luogo in cui le risorse pubbliche vengono indirizzate a chi ha bisogno, non a chi è già garantito. E invece, ancora una volta, si sceglie la strada più facile: quella delle relazioni consolidate, della continuità senza giustificazione, della spesa regolare senza domande.
Ma tutto questo – lo sappiamo – sarebbe valido in un mondo giusto.
Non nel nostro.
Non finché si continuerà a guardare solo le proprie tasche. E mai anche quelle degli altri.
Articolo scritto e pubblicato da Giuseppe Pea in data 26.08.2025


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