Giustizia, rimborsi e spese gonfiate: il paradosso di Tagliacozzo

Di 27 Febbraio, 2025 0 0

Piccolo aggiornamento della diatriba sorta all’interno del Comune di Tagliacozzo verso un suo ex amministratore comunale (ne avevo parlato qui).

Sono riuscito a trovare la deliberazione di Giunta Comunale n. 116 del 30/05/2024 del Comune di Tagliacozzo, avente ad oggetto l’azione di risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali dinanzi al Tribunale Civile di Avezzano.

Non ho potuto fare a meno di notare alcuni dettagli non citati, oltre ad alcune incongruenze.

La curiosità è che il primo e l’ultimo rimborso, entrambi dello stesso importo di € 2.495,10, sono stati liquidati con due determinazioni del Responsabile del Servizio Amministrativo: la n. 816 dell’08/08/2017 e la n. 606 del 17/05/2024, quasi sette anni di differenza per lo stesso importo, ma non si citano delibere di giunta di alcun genere.

Seguono poi le delibere di Giunta:

  • deliberazione di Giunta Comunale n. 225 del 29/12/2020, sentenza di non luogo a procedere, importo € 9.224,80;
  • deliberazione di Giunta Comunale n. 151 del 09/08/2023, assoluzione in primo grado, importo di € 20.690,32;
  • deliberazione di Giunta Comunale n. 151 del 09/08/2023, assoluzione in primo grado, importo di € 16.276,48;
  • deliberazione di Giunta Comunale n. 151 del 09/08/2023, assoluzione in primo grado, importo di € 16.959,28;
  • deliberazione di Giunta Comunale n. 112 del 28/05/2024, assoluzione in primo grado, importo di € 12.775,00.

Quindi tirando le somme le spese totali riconosciute dall’ente sono state di € 80.916,08, cifra che, “oltre a configurare un ingente danno per l’Ente, ha gravato sul bilancio comunale e quindi su tutti i cittadini di Tagliacozzo, privandoli di servizi che l’Ente avrebbe potuto offrire se non avesse dovuto affrontare questi rimborsi, come da dichiarazione dell’ente.

Non paghi di queste spese, si aggiungono anche € 8.434,19 (comprensivi di oneri di legge), somma destinata al compenso per l’incarico legale, calcolato sui valori minimi del vigente tariffario forense (D.M. n. 147/2022).

Ma la prima domanda che mi sono fatto è questa: i legali scelti dagli ex amministratori o dai dipendenti erano “legali di comune gradimento”? Perché, coerentemente con le finalità della norma, se il dipendente voleva essere tenuto indenne dalle spese legali per ragioni di servizio, sembrava logico che l’avvocato chiamato a difenderlo – e quindi a tutelare anche l’Ente – dovesse essere scelto preventivamente e di comune accordo tra le parti (Consiglio di Stato, Sez. V, 27 gennaio 2007, n. 552).

Inoltre, oltre al requisito della sentenza di assoluzione, sono stati verificati i tre criteri fondamentali, tra cui l’assenza di dolo o colpa grave, come previsto dal Decreto Legge 78/2015 che ha modificato l’art. 86, comma 5, del TUEL (D.lgs. 267/2000)?

Ma soprattutto: la fattura è stata liquidata per intero o dopo aver almeno richiesto un parere di congruità? Lo chiedo con cognizione di causa, perché mi sono capitate spese legali contestate e successivamente ridotte con una negoziazione, senza “particolari disagi” per il richiedente.

Un’ultima domanda che mi sono posto è, se il problema era il peso di queste spese sui cittadini di Tagliacozzo, perché non si è attinto al fondo istituito dalla legge di bilancio 2021? Secondo questa norma, l’imputato assolto con sentenza irrevocabile (“perché il fatto non sussiste”, “perché non ha commesso il fatto”, o “perché il fatto non costituisce reato”) ha diritto al rimborso delle spese legali sostenute (il rimborso non spetta nei casi di assoluzione da uno o più capi d’imputazione e condanna per altri reati, estinzione del reato per amnistia o prescrizione e depenalizzazione dei fatti oggetto di imputazione).

Ah già, che sciocco! Quel fondo ha un tetto di € 10.500. Peccato che quattro richieste su sette abbiano abbondantemente superato questa soglia, in alcuni casi quasi raddoppiandola, e per fortuna si sono fermati al primo grado di giudizio. Inoltre non è previsto qualora, pur essendo stati assolti per alcuni capi di imputazione, siano stati però condannati per altri, per i quali sia stata emessa sentenza di estinzione del reato per prescrizione o amnistia, abbiano ottenuto la condanna del querelante alla rifusione delle spese di lite e abbiano diritto al rimborso delle spese legali dall’ente da cui dipendono (per gli ex amministratori il rimborso è facoltativo).

Infatti questa facoltà è stata discussa anche dalla Corte dei Conti Sez. Regionale di controllo per la Puglia che, con deliberazione n. 117 del 22 luglio 2021, ne ha menzionato anche i presupposti per ottenere il rimborso sono:

  • la fattura del difensore, con indicazione dell’avvenuto pagamento;
  • il parere di congruità della fattura espresso dal competente consiglio dell’ordine degli avvocati;
  • l’attestazione della cancelleria circa l’irrevocabilità della sentenza di assoluzione.

La stessa ricordava che il rimborso non spetta nei casi di assoluzione da uno o più capi d’imputazione e condanna per altri reati, estinzione del reato per amnistia o prescrizione e depenalizzazione dei fatti oggetto di imputazione.

Ora, non dico che avrebbero dovuto ridurre drasticamente quelle che sembrano parcelle, per il sottoscritto, elevate, considerando che coprono solo il primo grado di giudizio, ma almeno cercare di “ridurle”.

Ma se davvero l’intento era quello di non gravare sulle tasche dei cittadini e “non privarli di servizi che l’Ente avrebbe potuto offrire”, forse sarebbe stato saggio, oltre che cercare di ridurre gli importi richiesti, almeno tentare di attingere a quel fondo per ridurre l’esposizione dell’ente.

Ma la domanda delle domande è un’altra: se questi € 89.350,27 (tra rimborsi e nuove spese legali per una causa, a mio avviso, alquanto pretestuosa e che, a rigor di logica, avrebbero almeno dovuto chiamare in causa il P.M. che ha allestito l’inchiesta e il G.U.P. che ha emesso il rinvio in giudizio), hanno privato i cittadini di Tagliacozzo di servizi essenziali, allora cosa dire dei costi del servizio di gestione dei rifiuti?

Infatti, se per 80.000 euro di rimborsi si parla di servizi negati ai cittadini, viene spontaneo chiedersi cosa succede quando di euro ne spariscono oltre 200.000 ogni anno.

Eh sì, perché mentre si fa grande indignazione per queste somme, si evita accuratamente di parlare del servizio di gestione dei rifiuti. Un servizio che il Comune strapaga, con un affidamento diretto a Segen, per un costo che dovrebbe essere di € 1.491.123,98 (costi standard), ma che invece si gonfia fino a € 1.710.689.

Direte, come hanno fatto a giustificare, con queste cifre, un affidamento decennale? Ritoccando i numeri. Nel 2018, ad esempio, il gestore, Segen S.p.A., dichiarava un costo di € 234,69 per tonnellata, ma nella determina di affidamento alla stessa Segen S.p.A., ai cittadini e “a verbale” veniva raccontata la favola dei € 134,84 per tonnellata – una cifra che neanche con un telescopio si riusciva a vedere. Un dettaglio tutt’altro che irrilevante, visto che un valore reale così distante avrebbe fatto saltare la congruità dell’offerta

E la cosa grave è che il servizio continua a essere erogato in aperta violazione della normativa sugli affidamenti, nell’assordante silenzio di chi, pur essendo a conoscenza dell’illecito, sceglie di ignorarlo. Persino l’AGIR, che avrebbe il potere di interrompere il servizio in qualsiasi momento, resta inerte. Questo anche quando è stata scavalcata dal responsabile del servizio del Comune di Castellafiume, caso emblematico dove è stato affidato illegittimamente l’appalto in violazione del principio di rotazione e delle condizioni per gli affidamenti diretti. L’importo supera infatti abbondantemente i 140.000 euro, rendendo nullo qualsiasi contratto stipulato e causando un evidente danno ai cittadini, costretti a pagare per un servizio eccessivamente oneroso senza aver potuto beneficiare della concorrenza tra più operatori di mercato.

E oggi? Oggi siamo arrivati alla bellezza di € 250,91 per tonnellata, una cifra talmente alta visto che persino L’Aquila – non certo un modello di efficienza – si ferma a € 194,51 per tonnellata. Ma sono certo che, se fosse necessario approvare la relazione ex art. 34, il responsabile dichiarerebbe nuovamente costi pari a 134,84 €/ab. Tanto, un reato in più o in meno non farebbe alcuna differenza per lui.

Quindi, ricapitoliamo: 80.000 euro sono un dramma finanziario che priva i cittadini di servizi essenziali, ma 200.000 euro ogni anno (dal 2021 al 2024 si parla di 667.964,57 euro in più, che diventeranno 875.391,37 euro nel corso del 2025 se si rispettano le previsioni di spesa), per un servizio strapagato vanno benissimo.

Qualcuno dovrebbe spiegarmi la logica. O forse no, la logica è fin troppo chiara.

Perché i moralisti lo sono solo quando conviene a loro.

Articolo scritto e pubblicato da Giuseppe Pea in data 27.02.2025

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