Addio alla spesa pubblica. Al via i nuovi fabbisogni standard.

Di 8 Marzo, 2017 0 0

I fabbisogni standard, introdotti dal D.Lgs 216 del 2010, costituiscono il riferimento della spesa dei comuni relativa alle funzioni fondamentali e ai livelli essenziali delle prestazioni utili per ricostruire le reali necessità finanziarie di un comune in base alle sue caratteristiche territoriali e agli aspetti socio-demografici della popolazione residente permettendo il superamento del vecchio criterio della spesa storia, criterio oggi alla base dei trasferimenti dei fondi verso gli Enti locali, un criterio in base al quale chi ha speso storicamente di più per erogare servizi dovrà ricevere l’equivalente per far fronte a tali costi.

L’obiettivo del cambio di regole è quello di cancellare gli sprechi della «spesa storica» per abbracciare l’efficienza degli standard, per assicurare ad ogni Comune i fondi necessari a garantire i servizi al costo corretto.

Con la pubblicazione del Dpcm (Decreto del Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana) del 29 dicembre 2016, pubblicato sulla gazzetta ufficiale del 22 febbraio scorso, il Governo ha definito le procedure di calcolo per la determinazione dei fabbisogni standard in relazione ai costi del servizio di smaltimento rifiuti, alle funzioni di istruzione pubblica, a quelle riguardanti la gestione del territorio e dell’ambiente (oltre al servizio di smaltimento rifiuti vi sono ricomprese le funzioni nel settore sociale e dei servizi di asili nido), alle funzioni generali di amministrazione e controllo, a quelle di polizia locale, di viabilità e territorio, del trasporto pubblico locale ed alle funzioni nel settore sociale, al netto dei servizi di asili nido.

L’obiettivo è quello di semplificare i modelli (accorpando i servizi svolti per le funzioni generali relative all’attività dell’ufficio tecnico, ufficio anagrafe, ufficio tributi e amministrazione generale e sulla stessa linea vengono accorpate le spese sulla viabilità e tutela del territorio) attualmente utilizzati senza intaccare la robustezza dei modelli e la loro capacità di rappresentare correttamente il comportamento di spesa dei Comuni allargando la platea dei servizi analizzati fornendo congiuntamente maggiori informazioni in merito ai costi standard e fornire indicazioni circa i livelli di efficienza nella produzione dei servizi.

A tal fine la nuova metodologia prevede tre modelli specifici, il primo si riferisce alle funzioni di istruzione pubblica, ivi compresi i servizi di assistenza scolastica e refezione, nonché l’edilizia scolastica, del servizio smaltimento rifiuti e del servizio di asili nido. Il secondo, riguarda le funzioni generali di amministrazione di gestione e di controllo e dei servizi indivisibili (polizia locale, viabilità e territorio). Infine, il terzo, riguarda la valutazione dei fabbisogni standard del servizio di trasporto pubblico locale e delle funzioni nel settore sociale al netto del servizio di asili nido.

Il monitoraggio dei fabbisogni standard è demandato ai comuni. La prima data entro la quale inviare i questionari era stata fissata al 21 gennaio, termine fissato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze nel novembre scorso, con l’avviso che il mancato rispetto del termine era sanzionato con il blocco, sino all’adempimento dell’obbligo di trasmissione dei questionari, dei trasferimenti a qualunque titolo erogati e la pubblicazione sul sito del ministero dell’Interno dell’ente inadempiente.

Il 23 gennaio scorso la Ragioneria generale dello Stato elencava i circa 5.000 comuni che non avevano rispettato tale termine, ivi compreso il nostro comune che non aveva neanche aperto la procedura.

Fortunatamente nel successivo monitoraggio (fine di febbraio), se pur i comuni inadempienti risultavano ancora 3.000, il nostro Comune inviava il questionario evitando quindi il probabile blocco dei trasferimenti statali.

In particolare con il nuovo metodo è stato distribuito il «fondo di solidarietà comunale» 2017, e in particolare dei 2,35 miliardi (finanziati dall’Imu) con cui si prova a ridurre la distanza fra la ricchezza fiscale di ogni territorio e i soldi che servono per i servizi locali. Questa distribuzione ha portato differenze tra comuni, ad esempio ha portato un aumento del 12% del fondo a Roma (ricca di spese finanziate anche con fondi su misura della Capitale, vede crescere la colonna delle entrate) e un taglio del 10,2% a Milano.

Con una visione più completa, se i parametri attuali, che oggi guidano il 40% del fondo di solidarietà, fossero spinti fino al 100% i grandi Comuni del Centro, guidati da Roma, vedrebbero aumentare di quasi un quarto le proprie risorse storiche mentre i piccoli Comuni subirebbero tagli medi del 17 per cento.

Sarebbe quindi interessante uno studio relativo sull’evenienza prossima futura di un taglio sostanzioso dei trasferimenti statali che probabilmente non verrà rimpiazzato con altre entrate proprie, in una situazione che vede il nostro comune carico di debiti, con il concreto rischio di tagliare servizi o di farli pagare ai propri cittadini che già oggi sono tra i più tassati dell’intera Valle Roveto.

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